ACCADDE … DOMANI

Questo piccolo spazio, nel nostro sito, è riservato a quella che, appunto, alcuni chiamano La Piccola Storia, quella che a volte può anche non finire nelle grandi pubblicazioni, nelle Opere Omnia, ma che comunque contrassegna la vita di tutti i giorni, la storia che narra quello che …ACCADDE DOMANI

15/luglio/1946
La nostra provincia vede lo svolgersi di una delle più grandi manifestazioni della sua storia:entrano in agitazione decine di migliaia di lavoratori del Basso Ferrarese, che vogliono la realizzazione di un acquedotto per quei territori, opera ormai indispensabile per problemi igienici e di sostegno della economia. L’opera era progettata da tempo,fin dal 1935, ma non aveva avuto ancora  realizzazione. Anni più tardi, verrà costruito un impianto lungo il corso del Po, a Serravalle di Berra, e la sua sede amministrativa sarà fissata in Codigoro
14/luglio/1655

Dopo aver, in questa data, il Papa Alessandro VII sancito  un importante mercato, con la concessione di agevolazioni per i commercianti, dopo qualche anno, il Cardinale  Lorenzo Casoni dedica e intitola a San Filippo Neri questa  manifestazione.
14/luglio/1913
Muore  tragicamente a Milano,subito dopo il decollo da Malpensa, il giovane, appena diciottenne, aviatore ferrarese Roberto Fabbri. A lui viene intestato l’aeroporto di volo a vela della città.

13/luglio/1415
Dopo qualche anno, risultato necessario per la preparazione delle fondamenta del Campanile del Duomo,inizia la costruzione vera e propria con la posa della prima pietra. L’architetto Giovan Battista Aleotti, è tra gli esperti più impegnati in quest’opera.

12/luglio/1866
Ferrara riceve la visita del Re Vittorio Emanuele II, ma non è una visita di pura cortesia: il sovrano ha lo scopo di preparare l’esercito e provare a liberare il Veneto. Palazzo Strozzi Sacrati è la sede del suo seguito e qui si tiene nella serata del 29, un incontro ad altissimo livello, cui parteciparono, oltre ai più alti gradi dell’esercito stesso, i ministri Ricasoli e Depretis,un rappresentante di Garibaldi,il Principe Girolamo Bonaparte e l’ambasciatore di Francia.
11/luglio/1797
Un’altra data fondamentale nella storia di Comacchio:grazie al famoso “rogito Giletti”,la Francia “cede, rilascia, ritorna, vende e dà liberamente alla città di Comacchio e al popolo tutte le singole valli da pesca e sue adiacenze al prezzo di un milione di lire torinesi d’oro”.
11/luglio/1412
Per volere di Nicolò III d’Este, si iniziano gli scavi per la costruzione delle fondamenta del Duomo: Un intervento importante di pulizia dei marmi fu operato  nei confronti dello splendido campanile,  intorno al 1995, e proprio nei giorni odierni, siamo nel 2018, i Ferraresi tutti, ma non solo, sono in attesa di rivedere nuovamente la facciata del Duomo, ora ricoperta da teloni per i lavori di sistemazione in corso.
10/luglio/1857
Il Pontefice Pio IX è in visita alla città per qualche giorno. Ferrara gli tributa onori osannanti e grandissimo affetto.tanto che il Papa trovò  “le strade coperte di fiori”.
9/luglio/1798

L’autorità comunale di Ferrara comincia a individuare la numerazione degli edifici e dei quartieri della città. Le tradizionali denominazione delle porte, subiscono anch’esse uno sconvolgimento: porta S.Paolo diventa Porta Reno, S.Benedetto diventa Porta Po, S.Giovanni Battista diventa Porta Mare, S.Giorgio diventa Porta Romana.
9/luglio/1809
Ferrara è sconvolta da una rivolta popolare contro le nuove tasse. La gendarmeria e la guardia nazionale hanno una reazione violentissima, e molte sono le vittime tra uomini,donne,anziani e bambini.

7/luglio/1849
Con un suo atto, poi ratificato dalla Santa Sede, il Cardinale Cadolini sancisce  la Beata Vergine delle Grazie  patrona della città.  L’altro patrono è San Giorgio.

7/luglio/1868
Il Governo, tramite una convenzione,concede al comune di Comacchio di amministrare le valli, facoltà che fino ad allora il Governo aveva riservato a se stesso.
6/luglio/1533
Ferrara perde uno dei suoi poeti più grandi: muore infatti oggi Ludovico Ariosto, in questa città che aveva sempre sentito sua, pur essendo nato a Reggio Emilia. Fin dal 1504 fu al servizio della casa d’Este, e fino al 1516 fu impegnato nella preparazione della opera che lo ha consegnato alla storia, l”Orlando Furioso”. Ricoprì anche incarichi politici e di estrema fiducia, come quando il duce Alfonso lo inviò nella difficile terra della Garfagnana.
4/luglio/1849

Anita Garibaldi, durante la fuga di Giuseppe, piena di traversie, muore a Mandriole, tra Ferrara e Ravenna.
4/luglio/1473
Abbandonando una linea di vicinanza con Venezia, che aveva sempre improntato la politica del suo predecessore Borso, Ercole  I prende in sposa Eleonora d’Aragona,dando inizio ad una nuova alleanza. Come dice il Caleffini, questo matrimonio fu oltremodo sfarzoso,tanto da pesare con ulteriori vessazioni sul popolo. Tra le altre spese al di fuori di ogni comprensione, si ricordano quelle per l’acquisto di 900 vitelli,200 porchette grosse,2500 tra agnelli e capretti,200 castrati, 14mila capponi, e via di seguito.
3/luglio/1910
Novità molto innovativa in Ferrara: viene inaugurato il nuovo servizio di tranvia elettrica. A pagare per primi l’avvento di questa novità, non furono solo i cavalli che fino ad allora avevano trainato le romantiche carrozze, e che conseguentemente furono pensionati, ma anche Porta Po, che fu abbattuta per facilitare il transito.
2/luglio/1471
Grazie alla costituzione a Ferrara di una delle prime tipografie italiane, si porta a termine la stampa del libro “Il Marziale”la cui stesura era iniziata da tempo.
1/luglio/1981
Una serie di scavi ,fino al 1984,interessa la centralissima zona tra via Ragno e via Vaspergolo. Voluti dai Musei di arte antica di Ferrara e dalla British Archeologycal School at Rome, portano alla scoperta di varie tipologie di fondamenta di abitazioni che si sono succedute in quella zona.
1/luglio/1846
Comincia a prendere vita una delle caratteristiche del centro città più care ai ferraresi: iniziano il lavori per  il “Listone”, lungo circa 120 metri e largo 12. Inizialmente è una sorta di passerella per il transito  pedonale, utilizzata anche come spazio per attività commerciali in particolare di frutta e verdura.

IL POTERE DELLE PIANTE

Artemisia vulgaris

Anche questa pianta  è molto comune nella penisola, in particolar modo nel settentrione, nei prati, lungo le siepi, nei ruderi. E’ conosciuta con varie altre denominazioni, come Canapaccia, Corona di San Giovanni, Amarella, Assenzio di siepe; quest’ultimo viene dato perché tutta la pianta emana un gradevole aroma, molto simile all’assenzio ma di molto inferiore come intensità. Fin dai tempi antichi questa pianta è utilizzata per le sue molte e svariate qualità digestive, amaricanti, sedative e antispasmodiche. Le estremità fiorite si raccolgono in luglio o agosto, periodo della fioritura,quando i principi attivi presenti non si sono ancora dissolti: i rametti vengono fatti seccare in sacchetti di tela in un locale ben arieggiato. Oltre una utilità sanitaria, Artemisia viene utilizzata anche nella fabbricazione di amari e bibite analcoliche, ma non  in quantità molto elevate, perché in questo caso si evidenziano proprietà ipnotiche che incidono sul sistema nervoso. Uno degli usi più comuni, è quello contro le mestruazioni difficili o dolorose. In questo caso se ne fanno infusi, lasciando in un litro di acqua bollente circa 30 grammi di  foglie e fiori secchi. Della bevanda  che si ricava dopo aver filtrato il tutto, se ne beve una tazzina al mattino a digiuno nella settimana precedente all’inizio del ciclo. Altro uso molto comune, è come stimolante dell’appetito e della digestione. A  tale scopo si lasciano per una settimana in 500 grammi di alcol quindici grammi di fiori secchi di Artemisia, con qualche foglia secca di cedrina. Dopo qualche operazione di filtraggio e dopo aver lasciato decantare il miscuglio,se ne assume un bicchierino prima o dopo i pasti. Ma questa preparazione è in effetti abbastanza lunga e complicata.

Arnica Montana

Come lascia intuire il nome, predilige i luoghi al di sopra dei 1000 metri, sia in zone alpine che dell’ appennino, e solo raramente si trova in pianura. Il suo fiore è simile alla margherita, di un colore giallo arancione molto vivo,e in erboristeria è una delle piante più conosciute.
Dato che è considerata velenosa, il suo utilizzo richiede una massima attenzione ed esperienza, e comunque sempre per un uso esterno,lontano da orifizi del corpo umano, e su cute integra ed adulta. Pur richiedendo quindi molte cautele, è considerata un rimedio importantissimo per ecchimosi da contusioni e distorsioni, inoltre come unguento nelle foruncolosi, (non è più necessario andare a cercare le piante in natura, in quanto l’estratto di arnica ormai si trova nelle farmacie) ricordando però che l’unguento è sempre per uso esterno,quindi i foruncoli devono essere ancora chiusi. Si utilizzano le parti di arnica come base per unguenti, tinture, cataplasmi, in particolare le radici e i fiori:le prime vengono raccolte durante i periodi annuali di stasi delle piante, ossia in settembre o marzo aprile, i  secondi si recuperano invece nei periodi di massima attività di fioritura, ossia maggio e agosto, preferendo i fiori aperti da poco tempo.

Angelica Silvestris

Detta anche semplicemente  Angelica, è una pianta anch’essa abbastanza comune nel nostro paese,ma rifugge da ambienti particolarmente assolati o comunque caldi, preferendo ambientazioni umide e ombrose. Molto particolare, può anche arrivare a due metri di altezza, e il lungo gambo, simile ad un sedano, è molto utilizzato in pasticceria,infatti viene candito ed utilizzato per abbellire e decorare i dolci. Caratteristica specifica è la sua grande capacità di rigenerarsi, infatti fiorisce in primavera, ma durante l’anno fino all’autunno, è possibile raccoglierne il gambo più volte, avendo l’accortezza di lasciare anche solo il cuore del fusto e poche foglie.  In pasticceria serve anche come profumazione, e ricordiamo la conosciuta pasta  angelica. Viene anche utilizzato come  base per produzioni liquorose molto conosciute, come lo Strega, il Chartreuse ed altre. Oltre il gambo della pianta si utilizzano anche le radici, che raccolte in autunno, vengono fatte essiccare  in ambienti caldi, e poi conservate in sacchetti di tela. Alle radici vengono riconosciute caratteristiche  antisettiche  e toniche. Nei suoi luoghi preferiti, è facilmente riconoscibile, ma  bisogna sempre avere  massima attenzione, perchè ad esempio può essere scambiata con un altra ombrellifera, dalle qualità molto diverse e dannosissime, come la cicuta. Si preparano con i suoi semi in infuso una bevanda, magari addolcita con miele, molto valida contro la mancanza di appetito. Se invece si lascia macerare nel vino una miscela di semi e radici essiccate, poi si filtra il tutto e se ne beve una piccola quantità prima di coricarsi, un sonno ristoratore sembra garantito. Le radici della angelica, si usavano anche come decotto su ferite o piaghe cutanee, e persino su parti dolenti , in occasione di urti o contusioni.

Althea officinalis.

althaea_officinalisE’ una pianta, molto comune nei luoghi umidi della penisola, il cui fusto può superare l’altezza di un uomo, ed è caratterizzata da una lanugine di colore chiaro bianco giallastro che la ricopre. Alla vista i presenta molto simile alla malva, con i suoi fiori rossastri e ne ha gli stessi effetti terapeutici, forse anche più importanti. Per questa somiglianza, assume anche il nome di  malvone o bismalva. La piena fioritura avviene in giugno e luglio, quando si raccolgono fiori e foglie, mentre le radici si estraggono  in settembre. Come curative, sono utilizzate come calmanti e rinfrescanti contro catarro e tosse, ma non se ne disdegna l’uso neanche a tavola infatti foglie e fiori servono per fare ottime zuppe, o frittate di erbe, o anche come insalate crude; invece come medicamento se ne prepara un cataplasma, per infezioni cutanee  e foruncoli ma si possono posizionare sulle parti interessate anche pezzi di radici non secche. Vengono inoltre utilizzati infusi di altea per infiammazioni della bocca e della gola, facendo gargarismi calmanti. Come sciroppo, ottenuto in vari passaggi di bollitura in acqua e zucchero completamente disciolto, si utilizza  contro il catarro bronchiale, a due o tre cucchiai grandi al giorno.

Viola Mammola (viola odorata)

Pianta abbastanza comune in tutto il nostro paese, ha il suo habitat ottimale nei boschi,sulle rive dei fiumi, luoghi non troppo assolati, per cui di solito si trova in maggior misura al nord piuttosto che al sud. Il fiore, non appena arrivano i primi tepori primaverili, comincia  a fiorire e continua cosi fino a primavera inoltrata, caratterizzando i prati con il suo profumo deciso. Trova utilizzo in profumeria, ma anche, insolitamente per altre piante, in pasticceria, perché non è raro che le sue foglie vengano  candite per guarnire torte e dolci in genere. Si adatta anche ad una coltivazione casalinga, ma la specie spontanea e naturale ha un profumo più apprezzabile. La sua componente caratteristica, con varie altre sostanze,è comunque la violina, di cui, sull’onda del romanzo “lo spettro” di Jo Nesbo, si è molto favoleggiato, definendola come una potente droga sintetica; bisogna dire che non esiste in questa forma, anche se in effetti è un alcaloide che si trova nelle radici, con valido effetto emetico,espettorante, decongestionante, diuretico. I suoi fiori hanno buone proprietà nella regolazione  dell’intestino. A livello dermatologico, si può usare sulle eruzioni cutanee, infezioni della bocca, scottature. La viola è molto apprezzata anche perché conserva il suo profumo anche quando viene essiccata,conservata in sacchetti di carta o tela. Utilizzi particolari: come decotti ove sia necessario provocare il vomito, come sciroppi, contro il catarro, come bevanda tipo tè, da consumate in bicchierini.

Veronica   (Veronica officinalis)

Questa pianta, comunque di facile reperimento, predilige distese erbose asciutte, e può assumere altre denominazioni, a seconda della zona ove  si trova, come “quadernuzzo” oppure “tè svizzero”.  Moltissime sono le varianti conosciute di questa erbacea perenne, ma hanno quasi tutte le stesse finalità e caratteristiche; infatti per lo più ne vengono apprezzate le proprietà antiinfiammatorie, digestive, aromatizzanti.  Fondamentalmente è una attivatrice dell’appetito come pure della digestione, particolarmente apprezzata nelle malattie da raffreddamento. In dermatologia, trova applicazione come lenitivo dei pruriti recidivi, ma anche  contro affaticamento degli occhi. In termini pratici, si può usare come infuso per aiutare la digestione,come decotto per contrastare le infiammazioni del cavo oro-faringeo, e come materiale per impacchi, in caso di scottature, da ripetere più volte nell’arco della giornata.

Verbena  (Verbena officinalis)

Pianta comunissima nel nostro paese, abbiamo notizie del suo utilizzo fin dai tempi del popolo romano; è indicata anche con altre denominazioni, come Berbena, Erba di San Giovanni, Erba sacra. Questo suo alone di magia, le deriva forse dal fatto che  entrava nella composizione, e questo almeno fino al Medio Evo, di pozioni e preparati che si riteneva avessero poteri in questo senso. Ne parla già Plinio che ne indica due sottospecie. la Verbena officinalis e la Verbena supina. Le si accreditano ,sia come decotti che come cataplasmi, importanti proprietà antidolorifiche in generale, antireumatiche,antiinfiammatorie. Viene utilizzata come detergente di lesioni cutanee e del cavo orale. Si utilizzano le foglie, le radici,le prime fioriture.

Valeriana

Una pianta comunissima, che in Italia cresce dappertutto, preferendo i luoghi non troppo caldi, magari ventilati, e all’uomo nota praticamente da sempre: ne scrisse anche Isacco l’ebreo, medico egiziano. Si usa come leggero calmante,(dal latino “valere” che significa star bene ), che facilita un buon sonno tranquillo e ristoratore, può essere un ottimo strumento naturale per alleviare stati di ansia o eccitazione, mal di testa, ed è anche un leggero lassativo.  A tale scopo si utilizzano foglie fresche ma anche  le radici lasciate essiccare, anche se cosi perdono  gran parte dei principi attivi. Prima della scoperta dei tranquillanti chimici, la valeriana era usata moltissimo. Ancora si  usa  per preparare  impacchi su contusioni di varia natura,  e come infuso, magari mescolata a camomilla e tiglio, per contrastare l’insonnia.

INTRODUZIONE  “IL POTERE DELLE PIANTE”

Fin dai tempi degli antichi popoli orientali, ma più ancora  con i Greci e i Romani, l’analisi delle piante, trova grandi studiosi la cui fama è giunta fino a noi. Nella mitologia greca il  dio Apollo presiedeva tra l’altro  allo studio delle erbe in medicina sia nel bene, curare una malattia, sia nel male, provocare una pestilenza. Maestro di quest’arte magica era il centauro Chirone, e il suo discepolo Asclepio (l’Esculapio dei latini). Se da una parte il mondo greco si occupava dell’utilizzo delle piante in medicina, quello romano con queste piante ricercava un migliore sistema di vita, anche in senso igienico. Notevole fu l’impegno di Plinio il vecchio, che già nel primo secolo raccoglie e studia centinaia di piante e i relativi  effetti farmacologici. Altro grandissimo studioso di quel periodo fu Dioscoride, che con il suo “De materia medica” traccia il percorso per erboristi e botanici dei secoli successivi. Subito dopo, dilaga la fama del  medico Galeno, che studiò la preparazione di farmaci, specie da droghe naturali, per una somministrazione ai malati. Anche il medioevo vede illustri menti dedicate a questi studi, ed è da ricordare la Scuola Salernitana che per prima coniuga lo studio delle piante e dei loro derivati, con una più razionale sperimentazione e applicazione diretta. Successivamente il monaco Alberto Magno, morto nel 1280, studiò come intervenivano i principi presenti nelle singole piante. Arriviamo  al Rinascimento, il periodo che sopra tutti ci affascina. I viaggi di Marco Polo e Nicolò Conti, avevano portato notizie e studi di moltissime specie ancora ignote in occidente,e questo periodo di splendori e desideri di  nuove cose, non poteva ignorare questi studi.  E arrivano così i primi erbari, che elencano le diverse specie, anche con disegni di una chiarezza a volte stupefacente. Il nome di un grande e controverso personaggio diventa nel cinquecento davvero noto, Paracelso, i cui studi spesso miscelano indagini approfondite (a lui si fa risalire l’inizio della farmaceutica) a teorie magiche e negromantiche.  In questo secolo grandi personaggi, anche nobili signori, affrontano questi studi, primi i Medici di Firenze; ovviamente anche il genio leonardesco si interessò ad essi, come nel Codice Atlantico, con la citazione di vari principi attivi ed anche di ricette. In questi anni si opera un grande passo avanti: fino ad ora le piante venivano ricercate e raccolte in natura, ma d’ora in poi si inizia la costruzione di orti botanici, a volte meraviglie architettoniche, evitando cosi a maestri e studenti il girovagare  per campi e prati.  A tutt’oggi ne è rimasto uno operante (forse l’unico) nella sua originalità, dal suo anno di costruzione, il 1545, presso l’università di Padova.  Questi studi, così stimolo di conoscenza e ricerca, continuarono per tutto il settecento, poi con l’ottocento e la crescita esponenziale dei procedimenti chimici,  cominciarono a cambiare gli interessi ma sopratutto le modalità di indagine.

LA BELLEZZA NEI SECOLI

Il tatuaggio: arte e comunicazione 

Ai nostri giorni il tatuaggio è diventato cosa cosi comune e quotidiana che quasi non se ne avvede il significato.Attraverso i secoli, ha avuto invece sempre un significato importantissimo,ed una motivazione, e allora vediamone le origini e la storia. Fin dal Neolitico, ogni gruppo, tribù o villaggio, aveva qualcuno che si dedicava non solo alla pittura delle case e  degli utensili di uso quotidiano,ma anche dei corpi delle persone che lo avevano vicino. Nasce , si può dire, in questa fase il tatuaggio, dal vocabolo TATAU che significa ” disegno sulla pelle”. Lo ufficializzò comunque solo a metà del 1700 il viaggiatore inglese James Cook, a Tahiti, e da quel paese questo vocabolo si diffuse nelle lingue europee. Il tatuaggio consisteva anche allora nel far arrivare sotto la pelle con l’ausilio di aghi, i diversi colori, di modo che questi messaggi attraverso il corpo rimanevano per lunghi periodi sia che fossero una caratteristica sociale dell’ individuo, che avessero  solamente una motivazione estetica. La tecnica sostanzialmente non è cambiata molto nei tempi, trattandosi sempre comunque di depositare sotto la pelle  vari colori per costituire un disegno di qualsiasi tipo. Naturalmente queste decorazioni sono più utilizzate dalle popolazioni a pelle chiara, mentre quelle a pelle scura, talvolta usano metodi più cruenti per trasmettere messaggi con il loro corpo, come la abitudine di tatuarsi per cicatrici, praticando tagli e introducendo nelle ferite sostanze come la cenere o la sabbia, affinché le conseguenti irritazioni costituiscano e servano a delineare una immagine. Agli inizi il messaggio che dava il tatuaggio era  comunque collegato alla sessualità e alla riproduzione: un uomo evidenziava la propria mascolinità e la donna la sua predisposizione a far figli . Nella Nuova Guinea le giovinette cominciano a tatuarsi il corpo fin da giovanissime, e continuano negli anni, cosicché nella pubertà il corpo è quasi completamente disegnato, e questo significa che la donna è ormai pronta al matrimonio. Nella Nuova Zelanda invece le ragazze in pubertà, si dipingono il labbro superiore e il mento, mentre in Micronesia, le nubili si tatuano sul monte di venere un triangolo,, quindi costituisce una dichiarazione del proprio stato civile.  Non è stato possibile comprendere come i possibilissimi cambiamenti di questo stato civile abbiano potuto coesistere con questi tatuaggi. Diversissimi sono i tatuaggi di cui si fregiano le popolazioni, e meriterebbero in particolare uno studio specifico ed approfondito  perché i loro significati sono davvero curiosi e degni di nota, come quelli tra i Masai, tra le nubili degli aborigeni di Formosa, tra le donne Ainu delle isole Hokkaido : qui gli uomini si tatuano un braccialetto per ogni donna che hanno conquistato, e ovviamente chi mostra molti braccialetti evidenzia il fatto che sia molto virile. Non si conosce se esista una facoltà di prova. Tra i Maori della Nuova Zelanda, un uomo che mostra in viso dipinti molto complicati è considerato molto desiderato dalle donne. Oltre a questa simbologia legata alla sessualità comunque i tatuaggi hanno sempre dato indicazioni sullo stato sociale e l’importanza di chi li mostra, ad esempio nelle isole Marshall solo il capo della tribù può tatuarsi il volto. In linea di massima, più il tatuaggio è complicato è più è importante il tatuato, più è semplice , più è umile chi lo porta. La simbologia dei tatuaggi ormai è diventata cosi diversificata che è ormai impossibile ogni tentativo di codificazione.

Galateo e bellezza

Gli anni del Rinascimento, costituirono, come si è detto, un periodo storico di profondi cambiamenti in ogni settore della vita dell’uomo, ed in particolare, vista la vicinanza con il tema principe dei nostri ragionamenti, la bellezza, nei comportamenti sociali tra individui ed anche tra ceti diversi.Si cominciarono a scrivere le norme per quello che si riteneva allora un rapporto corretto con il proprio prossimo,apparvero tra 1500 e il 1600 svariati  testi sul tema, ma fondamentali ,tanto che vengono conosciuti ancora oggi, furono gli scritti  di  Baldassar Castiglione e di Giovanni della Casa.  Il primo, pubblicò tra il 1508 e il 1516, il “Libro del cortegiano”che ipotizzava e delineava la immagine del classico e perfetto gentiluomo di corte.Forse è più famoso ancora  il “Galateo” di Giovanni della Casa dato alle stampe nel 1558,e preparato per il Cardinale Galeazzo Florimonte.   Ambedue questi manuali del ben vivere,stimolavano ad un tipo di vita  dedicato alla vera bellezza, che già era intravista come virtù e modestia.Bello è il ricordare alcune frasi del Castiglione, che se furono scritte per quegli anni, andrebbero totalmente ripetute e sottoscritte ai giorni nostri, tanto sembrano essere attuali e vere….seguiamo con  l’autore del “Cortegiano”  le considerazioni sulle  donne che troppo si preoccupano del loro apparire, quando  scrive “”” non vi accorgete voi,quanto più di grazia tenga una donna,la qual, se pur si acconcia,lo fa cosi parcatamente e cosi poco che chi la vede sta in dubbio s’ella è concia o no che un altra,empiastrata tanto,che paia aversi posto alla faccia una maschera,e non osi ridere per non farsela crepare nè si muti mai di colore se non quando la mattina si veste; e poi tutto il remanente del giorno stia come statua di legno immobile,comparendo solo a lume di torze o, come mostrano i cauti mercanti i lor panni,in loco oscuro ? Quanto più poi di tutte piace una, non dico brutta,che si conosca chiaramente non aver cosa alcuna in su la faccia,benchè non sia cosi bianca nè cosi rossa, ma col suo color natìvo pallidetta e talor per vergogna o per altro accidente tinta di un ingenuo rossore,coi capelli inornati e mal composti e coi gesti semplici e naturali,senza mostrar industria nè studio d’esser bella? Questa è quella sprezzata purità gratissima agli occhi e agli animi umani i quali sempre temono essere dall’arte ingannati…….Però la bellezza è il vero trofeo della vittoria dell’anima quando essa con la virtù divina signoreggia la natura materiale e col suo lume vince le tenebre del corpo……..Certo è che le belle sono sempre più pregate e sollicitate d’amor,che le brutte,dunque le belle sempre negano,e conseguentemente sono più caste che le brutte,le quali non essendo pregate,pregano altrui……….””’

Miti religiosi  e cosmesi  antica.

E’ sempre stato nell’antichità, intimo e profondo il rapporto tra il mondo religioso e quello della bellezza e della cosmetica. Questi mondi si intrecciavano ancora di più quando  le fanciulle si avvicinavano al matrimonio, abbandonando l’adolescenza per entrare nella giovinezza.
Era una fase della vita che presentava  molti aspetti variabili, ovviamente a seconda delle razze e delle tradizioni. Spesso le fanciulle che erano prossime alle nozze, ma forse anche quando ne avevano, l’età, donavano i loro riccioli, simbolo dell’età bambina alla divinità: Plutarco dice addirittura che a Sparta si radevano a zero la testa,infatti l’offerta dei capelli era una cosa abbastanza comune. A Delo questa offerta veniva fatta nel tempio di Artemide, anche a significare che sacrificavano qualcosa  di sè per dedicarsi ad una nuova vita. A Trezene le chiome venivano offerte a Ippolito. Questo mito richiama quello di Atalanta,la cacciatrice che non si concesse a Melanio fintanto che questi non la sconfisse nella corsa. Nell’antica Roma, le vergini erano le rispettatissime e onoratissime custodi del sacro fuoco pubblico che rappresentava la purezza della dea Vesta. Questa dedizione, durava circa trent’anni, ed era tutto un susseguirsi di riti propiziatori, come ad esempio la lavatio, che era il bagno che veniva fatto presso la statua di Venere. Grandissimo era l’uso di profumi e prodotti odorosi,acque profumate e fumigazioni che si ritenevano viatico importantissimo per un più intenso rapporto con la divinità. Tali prodotti venivano  utilizzate anche perché, più praticamente, servivano a far crescere nel fedele una atmosfera di esaltazione e annichilimento nella entità superiore. Nella mitologia indiana addirittura i profumi erano associati ai cieli che la religione dava per esistenti. Nella Bibbia, ad esempio Mosè porta con sé, prima di partire per l’Egitto, cinnamomo, rose, incenso, mirra e olio di oliva, per la preparazione di profumi sacri. Nei Vangeli, a Gesù vengono offerti oro,ma anche incenso e mirra.i Greci depositavano in luoghi prediletti dagli dei,come i valichi delle montagne, le sorgenti, le acque termali,corone profumate di fiori per ringraziarli della loro benevolenza auspicando sempre  una maggiore vicinanza e assistenza.

Nasce l’arte profumatoria

Praticamente in ogni tempo la stirpe umana ha utilizzato i profumi nel rapportarsi con i propri simili: per riconoscersi, per essere insieme, per piacere,anche a se stessi. Comunque, la nascita vera e propria dello studio e ricerca delle essenze, dei profumi, degli unguenti odorosi, risale circa al 1300, allorquando, con i viaggi ed i commerci delle repubbliche marinare  di Venezia, Pisa, Genova ed Amalfi arrivarono dall’Oriente le più svariare tipologie di droghe e profumi, fino ad allora veramente sconosciuti. Nascono così le varie corporazioni artigiane, e tra queste ben presto assume molta importanza quella degli speziali, che comprende anche i profumieri. Dapprima vengono prodotti dei distillati destinati alla pulizia e all’igiene delle mani dai signori durante i convivi, visto che per lo più era con le mani che si mangiava. Da qui alla profumazione di questi liquidi il passo fu brevissimo,e subito dopo si comincio a utilizzare la profumazione degli abiti e di ogni accessorio di abbigliamento. Ovviamente anche il genio di Leonardo da Vinci si interessa di questo,e nei suoi codici sovente si trovano annotazioni  di questi studi. A lui stesso si fa risalire la tecnica dell’enfleurage, per la estrazione dei profumi. Successivamente, sono  gli studiosi fiorentini e veneziani a innalzare questa arte profumatoria italiana ai vertici europei. Nel 500 Venezia è famosa per i suoi muschiarii (i profumieri) e i suoi lissadori (coloro che creavano misture per “lisciare” la pelle). Chi  esporta questa italica tradizione oltre i confini è Caterina dei Medici, che quando arriva in Francia porta le sue conoscenze e i suoi profumieri alla corte di Parigi. Andando in sposa a Enrico II re di Francia, lancia la moda a corte, e nelle case signorili di conseguenza, di profumare ogni cosa, abiti, guanti e i preziosissimi e costosi fazzoletti che si facevano arrivare  da Venezia. Si arriva a profumare perfino i getti delle fontane delle case nobiliari. Non a caso il Re Sole era conosciuto come “il re profumato”. Dei suoi profumi preferiti, giacinto e arancio odoravano ovviamente anche le parrucche. Ma per onor del vero, si deve arrivare al 1680 per conoscere il primo libro francese su questi argomenti con il titolo “Le parfumeur francois”. Sono datati invece un secolo prima, i primi trattati specifici che segnano la nascita della cosmesi, come il testo “Gli ornamenti delle donne”  (1552-Giovanni Marinello) e i “Secreti notandissimi dell’arte profumatoria” (1555-Giovanni Ventura Roseto).  Da qui nasce una vera e propria letteratura, e si ricordano  “I secreti” di Isabella Cortese, e “Magia naturalis”dello studioso napoletano Giovanni Battista della Porta.

Tra magia e scienza

Fino alla fine del 500, le conoscenze tutte, e quindi anche quelle relative ai temi della bellezza e delle cure collegate,erano affidate o alla tradizione orale, oppure ai rarissimi testi manoscritti, naturalmente riservati ai ceti più ricchi e benestanti. Di madre in figlia si tramandavano le ricette e i trucchi di bellezza, poi cominciarono a reperirsi raccolte di testi sulla preparazione e finalità di questi prodotti,  all’inizio principalmente  ad opera di uomini, che inevitabilmente tendevano a propugnare un tipo di bellezza femminile più rispondente a come gli uomini stessi la intendevano. Queste nozioni e questi studi comunque erano mal visti dagli ambienti ecclesiastici, per la loro (si riteneva) vicinanza alle vere e proprie arti magiche, avendo esse lo scopo di far crescere le vanità più sconsiderate finalizzate a circuire gli uomini e farli preda di queste “stregonerie”. Comunque in questo le donne non si facevano certo intimorire, occupate come erano, a qualsiasi livello, alla ricerca di ogni possibilità per migliorare il proprio aspetto. E quindi imperversavano prodotti che dovevano perseguire queste bellezze, anche attraverso preparazioni che invece spesso erano veramente nocive per la pelle e per la salute in generale:si pensi che si arrivava a utilizzare sublimato di mercurio o addirittura arsenico.E qui avevano buon gioco gli anatemi delle gerarchie ecclesiastiche, anche perchè molto spesso queste ricette comprendevano ritualità e incantesimi, quasi si stesse preparando un sortilegio , e a dir la  verità, alcuni componenti a volte utilizzati non facevano che alimentare queste credenze,come ad esempio lombrichi, sangue, ortica. Finalmente, sulla fine del 500, con la diffusione della stampa  a caratteri mobili, cominciarono ad essere più accessibili i testi al riguardo, e tra i primi si ricorda un volume fondamentale  “Experimenti della excellentissima Signora Caterina da Forli ” di quella donna di straordinaria bellezza che fu Caterina Sforza.

Considerazione crescente per l’acqua

L’acqua vista come un pericolo e un nemico.

Tra il tardo XV secolo e il XVIII,il concetto dell’utilizzo dell’acqua e dell’igiene personale in genere, deve sopportare un profondo mutamento, sembra anche motivato. Va in voga il concetto della paura dell’acqua,vista fondamentalmente come veicolo di infezioni e malattie. Si passa dall’acqua quindi alla profumazione dei luoghi e della persona, come pure della biancheria, con profumi ed essenze. Ne consegue che la pulizia diventa un concetto proprio delle classi più elevate, in possesso dei mezzi per procurarsi questi profumi. Ne risentono anche i metodi di costruzione delle abitazioni, che bandiscono le vasche,come pure vengono chiusi i bagni pubblici, visti come luogo di promiscuità e di perdizione. Nella realtà erano spesso ritrovo di prostitute che ivi cercavano clienti; i bagni pubblici quasi come luoghi di piacere, forse confondendo il piacere di una sana pulizia del corpo con ben altri tipi di piacere, diciamo più concreti,forse una reminescenza dei tempi della grande Grecia. E’ pur vero che in questi anni cresceva enormemente il pericolo di infezioni ed epidemie, come la peste e la sifilide, ed in contemporanea la medicina  riteneva che i pori della pelle, dilatati in seguito a bagni e vapori caldi, fossero facilissimo veicolo per il passaggio dei germi di malattie in generale. Addirittura si pensava che le donne potessero essere fecondate da elementi maschili vaganti nell’acqua, e si arrivò a parlare di “gravidanze da bagno “.

Bellezza

Come già detto, nel passaggio dalla donna dolce,aggraziata e femminile del Medioevo, alla donna prosperosa, prorompente e femmina del Rinascimento, noti letterati del tempo si impegnano ad analizzare queste nuove qualità e caratteristiche; quindi abbiamo simpatiche disquisizioni su questa tipologia di bellezza,sia in opere corpose che in componimenti più agili, quasi  dei libercoli . Il sagace poeta partenopeo Giambattista Marino, a cavallo tra il 1500 e il 1600, si impegna  nel cantare le lodi del “Seno” affermando “da duo candidi margini diviso, apre quel sen, ch’ogni altro abborre, con augusto canal, che latte corre,una via che conduce al paradiso”. L’importanza che assume questa parte del corpo femminile, nell’erotismo e nella simbologia del tempo, spinge il poeta Giuseppe Artale, nel 1600, ad esaltare magnificando persino una “Pulce sulle poppe di bella donna “, anche se sicuramente ai nostri occhi moderni molto più disincantati, questo titolo sottintende anche i problemi igienici di donne e uomini  del periodo. Comunque, non solo poeti e letterati si soffermano su queste problematiche;  le stesse sono riprese anche da importanti pittori, e ricordiamo Tiziano Vecellio e la sua opera “Venere allo specchio” (immagine) dei primi anni del 1500.

La bellezza tra Medioevo e Rinascimento

Si sono verificati, e ce ne saranno ancora, alcuni passaggi epocali, nella evoluzione umana, che più di altri hanno contrassegnato mutamenti fondamentali: uno di questi è quello tra l’età medioevale e quella rinascimentale, che ha provocato anche inversioni di tendenza nei campi più svariati:se ne può ricordare uno, molto attinente al nostro tema, se non molto appariscente, sicuramente significativo e indicativo. Mentre nel Medioevo l’idea della beltà femminile propugnava figure dolci, pudiche, piene di grazia e di giovanissime caratteristiche, nei due secoli successivi si preferisce e prende piede un tipo di donna più carnale, dagli attributi molto più evidenti e marcati come un grande seno e fianchi importanti. Una bellezza così piena e abbondante si riteneva fosse in egual misura indicatrice di solida salute e stabilità caratteriale. Le donne, su questo filone,rifuggono da ogni forma di magrezza e si impegnano in regimi alimentari cospicui e pieni di grassi,secondo il sentire per cui una figura magra è segnale di privazioni,stenti e negatività, quindi non certo indice  di ceti abbienti o nobiliari. Di pari passo procedono gli abbigliamenti, ampi e voluminosi, tesi ad evidenziare forme magari già giunoniche; un giro vita, questa sì sottile, magari costretto in un bustino, serviva solo ad evidenziare ancor più fianchi e seno. Questo abbigliamento, ricco di merletti e ricami era voluto per evidenziare, e nello stesso tempo nascondere, far intuire, immaginare, sognare le forme femminili.

I canoni della bellezza nel Cinquecento

Dopo i secoli del Medioevo, il XVI segna il periodo storico che vede un vero momento di rivalutazione della bellezza in generale prima tra tutte quella femminile. Addirittura furono istituiti i canoni di quella che doveva essere la Vera Bellezza Femminile. Fermo restando alcune caratteristiche fondamentali, come la pelle bianca, labbra rosse, capelli biondi, nel XVI secolo gli esteti arrivarono ad individuare una serie ed una  tipologia di “grazie”, dalle quali una bellezza veramente tale non poteva prescindere. Come  afferma Morpurgo, nella sua opera “El costume de la donne” del 1536, la donna doveva evidenziare una serie di caratteristiche indiscutibili, che dovevano appunto essere tre grandi – altezza, braccia e cosce; tre sottili – sopracciglia, dita e labbra; tre piccole – bocca, mento e piedi; tre bianche – denti, gola e mani; tre rosse – guance, labbra e capezzoli; tre lunghe – capelli, mani e gambe e così via, varie altre.  E’ di questi anni poi la produzione letteraria che va sotto il nome del Blason: un tipo di componimenti spesso di breve durata, che avevano il compito di decantare queste particolari e specifiche caratteristiche femminili. Naturalmente le donne (e gli uomini per il loro verso ) del tempo erano poi costretti a seguire questi stereotipi della bellezza ,rivolgendosi per quanto possibile a indumenti che servivano a correggere le forme individuali,(lacci e bustini )alla cosmetica, e a tutto quanto potesse servire allo scopo.

L’ideale femminile nel Cinquecento

Si evidenzia in questi anni un cambiamento radicale nella considerazione e valutazione della bellezza femminile: mentre nel secolo precedente era vista spesso come una cosa quasi demoniaca, per i nefandi influssi che si riteneva avesse sugli uomini, questo grazie principalmente alla influenza della morale religiosa imperante, nel periodo successivo della nuova cultura rinascimentale, la bellezza tornò ad avere una nuova importanza nella vita sociale, tanto che si comincio a pensare che la stessa fosse sinonimo anche di una bellezza interiore. Una concezione agli antipodi, da segno di malefica negatività a segnale di una indispensabile bontà interiore, indispensabile ancor più nei ceti elevati, tanto che il non bello diviene indice di negazione dei buoni costumi e nobiltà d’animo. Quindi la bellezza non solo segnale di  beltà di sentimenti, ma anche di innegabile emanazione della stessa nei vicini, che potevano godere di tanta bontà.  Divenne la bellezza cosi importante, ma non facile da perseguire, perché si ipotizzarono norme e canoni molto precisi e codificati, tanto che tali regole influenzarono e furono seguite in pratica per almeno altri tre secoli. Più avanti affronteremo specificatamente questi canoni per una bellezza assoluta, o almeno quasi, e vedremo quanto dovevano soffrire quelle povere fanciulle,o non più tali, per rispettarli.

La Bellezza raccontata 

In quel periodo storico di risveglio in ogni campo, che fu il Rinascimento, moltissimi poeti, scrittori, letterati si cimentarono nel raccontare, rappresentare la bellezza femminile, ma è significativo ricordare l’Orlando Furioso, in cui Lodovico Ariosto  scrisse :
<<le bellezze di Olimpia eran di quelle che son più rare: e non la fronte sola, gli occhi e le guance e le chiome avea belle, la bocca, il naso, gli omeri e la gola;ma discendendo giù da le mammelle, le parti che solea coprir la stola, fur di tanta eccellenza, ch’anteporse a quante n’avea il mondo potean forse. Vinceano di candor  le nievi intatte, ed eran più ch’avorio a toccar molli, le poppe ritondette parean latte che fuor dei giunchi allora tolli…….. Di quelle parti debbovi dir anche,che pur celare ella bramava invano? Dirò insomma ch’in lei dal capo al piede,quant’esser può beltà, tutta si vede >>.

Un colore dominante nel Rinascimento: il bianco-celeste

La cosmetica rinascimentale era particolarmente attenta al colore della pelle, che si desiderava fosse bianco latte a ricordare la castità e la femminilità.  Era poi questo il colore della luna, che dai tempi più remoti era evidenziata come simbolo appunto di femminilità.  Del resto questo colore della carnagione era contrassegno dei ceti più potenti e più ricchi, visto che solo le donne di più umile lignaggio avevano la pelle abbronzata.  Come poi  il nero era il segno della virilità, e i cavalieri si coloravano di questo colore la barba. Bisognava però fare attenzione, perché il colore femminile non doveva essere tutto bianco, bensì il viso, il collo, le dita, dovevano presentare zone sfumate rossastre, in segno di buona salute. Molti erano gli unguenti o similari che si usavano perché ritenuti in grado di sbiancare la pelle: il guscio dell’uovo, il finocchio,grassi animali ecc. Certo che la sera quando si andava a dormire, con queste cose messe sul viso perché apparisse bianco, si doveva affrontare un approfondito lavaggio. Il primo tonico detergente di cui si ha notizia, era la famosa acqua celeste di Caterina Sforza, un estratto di garofano, noce moscata, rosmarino ed altro.  Comunque già allora esistevano le maschere di bellezza da applicare sul viso durante la notte, magari preparate con componenti abbastanza fantasiosi. Si ricorda un testo “Gli ornamenti delle donne”  scritto nel 1562 da un famoso medico, in cui erano riportati moltissimi consigli  per la cura del corpo,delle impurità della pelle, le bellezza dei denti,un alito profumato. Abbastanza disgustosi ci sembrano i rimedi proposti allora per la crescita dei capelli, come estratti di rana e lucertola.

La Bellezza nei secoli

Non  sembra comunque fuor di luogo, per comprendere anche solo in parte, quale effetto può indurre una bellezza in colui che si trova di fronte, considerare la tempesta di sensazioni dilagante nel giovane monaco Adso da Melk, allorquando ricorda l’incontro improvviso con una giovane sconosciuta…. Umberto Eco “Il nome della rosa…(1980)” <<Di colpo la fanciulla mi apparve così come la vergine nera ma bella di cui dice il Cantico. Essa portava un abituccio liso di stoffa grezza che si apriva in modo abbastanza inverecondo sul petto, e aveva  al collo una collana fatta di pietruzze colorate e, credo, vilissime. Ma la testa si ergeva fieramente su un collo bianco come torre d’avorio, i suoi occhi erano chiari come le piscine di Hesebon, il suo naso era una torre del Libano, le chiome del suo capo come porpora…….Come sei bella mia amata, come sei bella, mi venne da mormorare, la tua chioma è come un gregge di capre che scende dalle montagne di Galaad, come nastro di porpora sono le tue labbra, spicchio di melograno è la tua guancia,il tuo collo è come la torre di David  cui sono appesi mille scudi>>