LA BELLEZZA NEI SECOLI

Lucrezia Borgia

Questo spazio, nel sito della Corte Ducale, è dedicato alle diversissime interpretazioni  che assume il concetto di bellezza, attraverso i tempi e i luoghi più diversi.

Lo specchio e la sua evoluzione.

E’ naturale, in una rassegna che tratta della modificazione nei secoli dei concetti di bellezza e di estetica, incappare nella realtà di un oggetto che della bellezza è sempre stato complice e compagno: lo specchio nelle sue forme più diverse . Nelle popolazioni più antiche, la necessità di migliorare il proprio aspetto è sempre andata di pari passo con la realtà di questo strumento. Nel mondo dell’antico Egitto, lo specchio era per lo più tondeggiante di metallo lucidato con una impugnatura lignea spesso intagliata (cosa interessante) a raffigurare sembianze umane brutte o addirittura orribili, perchè dal contrasto risultasse evidenziata la bellezza della immagine riflessa.Di tutt’altro valore e significato era lo specchio nel mondo etrusco,ove arrivava ad assurgere ad un simbolismo magico,a trattenere per l’eterno l’immagine della bellezza conosciuta anche dopo la morte,quasi a difenderla nella sua immortalità dalle offese dei malèfici personaggi del mondo infernale. Mentre da uno dei due lati questi oggetti svolgevano la loro funzione principale, dall’altro lato raffiguravano scene mitologiche sul tema della bellezza, fino a scene di atteggiamenti affettuosi e amorosi.Simili a questi erano poi gli specchi nella antica Grecia,che spessissimo riportavano  rappresentazioni di personaggi mitologici, di Eros stesso, di amorini che non di rado sostenevano accoppiati la parte riflettente. Gli specchi nella Roma antica, forse meno leziosi di quelli greci, cominciano ad essere però più pratici, ossia diventano non solo a manico, ma anche fissi con sostegni, o addirittura in innovativi beauty-case, scatole magari in argento richiudibili. Lo specchio ritorna ad essere un oggetto propriamente di bellezza fine a se stessa con i bizantini,con cornici colorate e decorate, ma è nel mondo islamico che diventano oggetti artisticamente lavorati,abbelliti con smalti pregevoli, e magari nascosti in scatole o cofanetti di madreperla. Cambia veramente tutto nei secoli bui del medioevo,durante i quali la bellezza è vista come arma del diavolo, e di conseguenza lo specchio è addirittura considerato un qualche cosa che porta all’inferno ed alla dannazione delle anime. Si risollevano un poco le sorti di questo oggetto nel 1500 e 1600, anzi cominciano ad essere utilizzati come oggetti di arredamento, con molta cura negli abbellimenti circostanti la parte riflettente. Lo specchio diventa finalmente un oggetto di uso comune e quotidiano,nel XVI secolo,quando si affina l’arte dei vetrai che cominciano a utilizzare per la verniciatura della parte posteriore del riflettente, una mistura di mercurio e stagno.Infine a Venezia, nascono i mobili a toletta con uno specchio sormontato da decorazioni scolpite o dipinte. Nel barocco infine, si ha un importante utilizzo di specchi di grandi dimensioni, come arredamento per gli ambienti,moda addirittura dilagante nelle dimore signorili, anche per tutto il 1800.

Il trucco come identificazione

Ancora oggi, ma nei decenni appena trascorsi, in maniera più evidente,il trucco e la cosmesi costituiscono un modo molto simbolico di identificazione. Vediamo che decorazioni utilizzate da antichi combattenti vengono riprese da odierni gruppi dello spettacolo, punk o rock. Contribuiscono ad evidenziare la grinta e la forza di chi le utilizza , a creare un personaggio e per renderlo più facilmente memorizzabile. Classico e particolare  è il trucco utilizzato dal gruppo americano dei Kriss, che rappresenta quasi un marchio di tutto il gruppo, ma serve anche a differenziare le diverse caratteristiche dei vari componenti. In senso più generale, un certo tipo di trucco diventa il segnale di identificazione e di appartenenza ad un gruppo ben specifico e individuabile, e ogni appartenente del gruppo non può fare a meno di uniformarsi ad esso.  Come per i punk, il trucco è anche un segnale di rivolta e provocazione, tendente spesso a rendere chiara la propria appartenenza politica e i propri ideali.  Intorno agli anni 70, sono varie le correnti di pensiero a cui i giovani sembrano adeguarsi e identificarsi: fanno la storia gruppi come gli hippies, ossia dei figli dei fiori, che seguono quelli degli anni precedenti, come i mods, e i rockers degli anni 60, di ideologie diametralmente opposte, evidenziate dal loro modo divestirsi, i primi chiaramente con riferimenti alla classe operaia, i secondi di estrazione più borghese e benestante.Negli anni 80, il trucco assume un duplice indirizzo:complici l’affinamento delle tecniche di utilizzo e il miglioramento dei prodotti stessi utilizzati, più che per evidenziare  la appartenenza a qualche cosa, il trucco viene finalizzato ad una eclatante finalità di miglioramento del proprio aspetto, ma contrariamente a quanto si può pensare ,questa ricerca della perfezione porta ad una standardizzazione dei risultati, seguendo spesso le linee guida e i consigli di grandi stilisti che dettano le mode anche del come apparire. Naturalmente, ad ogni moda omogeneizzante, corrisponde spesso un movimento di opposizione e di sfida, ed ecco ancora la filosofia del punk,e del suo essere “contro” , molto seguita anche negli anni 90. Un andare sempre oltre, superando anche la filosofia del punk, è quella perseguita da alcune esperienze più estreme, come la necessità della ipertrofia di alcune parti del corpo, come lobi delle orecchie o labbra, fino ad arrivare a ” scarificare” il proprio corpo come ultimo metodo di denuncia e aperta critica della società odierna.Comunque, il voler dire qualche cosa, scrivendolo sul proprio corpo, è oggi una abitudine ormai generalizzata, a volte anche inconsapevolmente, ed è aperto il contrasto tra i fautori del tatuaggio removibile, e limitato nel tempo, e coloro che lo preferiscono indelebile , come se fosse un definitivo metodo di classificazione.

Dipingere il corpo

Il corpo umano è sempre stato inteso , nei secoli e nei millenni della sua storia, come uno spazio che serviva  a chiarire e sottolineare l’importanza sociale e religiosa dell’individuo.
Era anche inteso come un semplice modo per esprimere lo stato dì animo e la capacità estetica  di colui che dipingeva  se stesso o altri. Era un metodo per differenziarsi ma anche per identificarsi in un gruppo.
Sono state trovate tracce di pitture corporali già nel Paleolitico. Nelle stesso periodo, altre pitture sono state trovate nelle caverne, ove le popolazioni si riparavano dagli eventi atmosferici, che costringevano a lunghi periodi di stasi. Si usavano come  prime colorazioni, il carbone e l’ocra e venivano usate sia sul cuoio, legno, pelli e sul corpo stesso. Quando poi nel Neolitico l’uomo si dedica alla coltivazione della terra e all’allevamento, i soggetti raffigurati nelle pitture cambiano un poco, e ritroviamo stoviglie e oggetti di cucina decorati  ancora in modo molto rudimentale.  Ad  Hacilar, in Turchia, sono state rinvenute statuine femminili molto rudimentali ricoperte di decorazioni. Nell’età del Bronzo e del Ferro,tra l’anno 3000 e l’anno 1000 avanti Cristo,si verifica un importante crescita in questo campo, e si cominciano a utilizzare semplici distillatori per separare gli aromi dalle sostanze vegetali e animali. Le pitture corporali sono molto presenti nelle popolazioni del sud america, e appaiono figure quasi geometriche, come per rendere evidente la differenza ad esempio del sesso,il il triangolo rappresentava il sesso femminile, mentre il rombo quello maschile. In altre culture, invece la pittura corporale era riservata ai ceti più alti, come a quelli religiosi o nobili. Nelle popolazioni precolombiane i disegni facciali erano in particolare la distinzione di ceto e rango. I simboli dei guerrieri spesso erano ripetuti anche sulle armi  e sugli scudi,a sottolineare la loro nobiltà e valentìa. Per gli indiani d’America,i disegni sul corpo potevano essere o di pace o di guerra, e comunque erano messaggi molto espliciti ed usati e riconoscibili.Un altro importante segno del potere di un guerriero, era una penna d’aquila incastrata a lato della testa, tra i capelli.segno questo di grande prestigio.Le pitture con cui i corpi venivano adornati, servivano ad esempio quando si doveva andare in battaglia, ma anche quando era il momento di importanti cambiamenti dello stato sociale  all’interno della tribù , di passaggio da una età all’altra,dalla adolescenza alla maturità  .Quando si partecipava ad importanti assemblee nella tribù le decorazioni servivano a differenziare ed evidenziare i diversi livelli di importanza. Naturalmente, a questo serviva, in particolare nelle popolazioni polinesiane o africane, anche il tatuaggio.

Il tatuaggio: arte e comunicazione 

Ai nostri giorni il tatuaggio è diventato cosa cosi comune e quotidiana che quasi non se ne avvede il significato. Attraverso i secoli, ha avuto invece sempre un significato importantissimo, ed una motivazione, e allora vediamone le origini e la storia. Fin dal Neolitico, ogni gruppo, tribù o villaggio, aveva qualcuno che si dedicava non solo alla pittura delle case e  degli utensili di uso quotidiano, ma anche dei corpi delle persone che lo avevano vicino. Nasce, si può dire, in questa fase il tatuaggio, dal vocabolo TATAU che significa ” disegno sulla pelle”. Lo ufficializzò comunque solo a metà del 1700 il viaggiatore inglese James Cook, a Tahiti, e da quel paese questo vocabolo si diffuse nelle lingue europee. Il tatuaggio consisteva anche allora nel far arrivare sotto la pelle con l’ausilio di aghi, i diversi colori, di modo che questi messaggi attraverso il corpo rimanevano per lunghi periodi sia che fossero una caratteristica sociale dell’ individuo, che avessero  solamente una motivazione estetica. La tecnica sostanzialmente non è cambiata molto nei tempi, trattandosi sempre comunque di depositare sotto la pelle  vari colori per costituire un disegno di qualsiasi tipo. Naturalmente queste decorazioni sono più utilizzate dalle popolazioni a pelle chiara, mentre quelle a pelle scura, talvolta usano metodi più cruenti per trasmettere messaggi con il loro corpo, come l’ abitudine di tatuarsi per cicatrici, praticando tagli e introducendo nelle ferite sostanze come la cenere o la sabbia, affinché le conseguenti irritazioni costituiscano e servano a delineare una immagine. Agli inizi il messaggio che dava il tatuaggio era  comunque collegato alla sessualità e alla riproduzione: un uomo evidenziava la propria mascolinità e la donna la sua predisposizione a far figli . Nella Nuova Guinea le giovinette cominciano a tatuarsi il corpo fin da giovanissime, e continuano negli anni, cosicché nella pubertà il corpo è quasi completamente disegnato, e questo significa che la donna è ormai pronta al matrimonio. Nella Nuova Zelanda invece le ragazze in pubertà, si dipingono il labbro superiore e il mento, mentre in Micronesia, le nubili si tatuano sul monte di venere un triangolo,, quindi costituisce una dichiarazione del proprio stato civile.  Non è stato possibile comprendere come i possibilissimi cambiamenti di questo stato civile abbiano potuto coesistere con questi tatuaggi. Diversissimi sono i tatuaggi di cui si fregiano le popolazioni, e meriterebbero in particolare uno studio specifico ed approfondito  perché i loro significati sono davvero curiosi e degni di nota, come quelli tra i Masai, tra le nubili degli aborigeni di Formosa, tra le donne Ainu delle isole Hokkaido : qui gli uomini si tatuano un braccialetto per ogni donna che hanno conquistato, e ovviamente chi mostra molti braccialetti evidenzia il fatto che sia molto virile. Non si conosce se esista una facoltà di prova. Tra i Maori della Nuova Zelanda, un uomo che mostra in viso dipinti molto complicati è considerato molto desiderato dalle donne. Oltre a questa simbologia legata alla sessualità comunque i tatuaggi hanno sempre dato indicazioni sullo stato sociale e l’importanza di chi li mostra, ad esempio nelle isole Marshall solo il capo della tribù può tatuarsi il volto. In linea di massima, più il tatuaggio è complicato è più è importante il tatuato, più è semplice , più è umile chi lo porta. La simbologia dei tatuaggi ormai è diventata cosi diversificata che è ormai impossibile ogni tentativo di codificazione.

Galateo e bellezza

Gli anni del Rinascimento, costituirono, come si è detto, un periodo storico di profondi cambiamenti in ogni settore della vita dell’uomo, ed in particolare, vista la vicinanza con il tema principe dei nostri ragionamenti, la bellezza, nei comportamenti sociali tra individui ed anche tra ceti diversi.Si cominciarono a scrivere le norme per quello che si riteneva allora un rapporto corretto con il proprio prossimo,apparvero tra 1500 e il 1600 svariati  testi sul tema, ma fondamentali ,tanto che vengono conosciuti ancora oggi, furono gli scritti  di  Baldassar Castiglione e di Giovanni della Casa.  Il primo, pubblicò tra il 1508 e il 1516, il “Libro del cortegiano”che ipotizzava e delineava la immagine del classico e perfetto gentiluomo di corte.Forse è più famoso ancora  il “Galateo” di Giovanni della Casa dato alle stampe nel 1558,e preparato per il Cardinale Galeazzo Florimonte.   Ambedue questi manuali del ben vivere,stimolavano ad un tipo di vita  dedicato alla vera bellezza, che già era intravista come virtù e modestia.Bello è il ricordare alcune frasi del Castiglione, che se furono scritte per quegli anni, andrebbero totalmente ripetute e sottoscritte ai giorni nostri, tanto sembrano essere attuali e vere….seguiamo con  l’autore del “Cortegiano”  le considerazioni sulle  donne che troppo si preoccupano del loro apparire, quando  scrive “”” non vi accorgete voi,quanto più di grazia tenga una donna,la qual, se pur si acconcia,lo fa cosi parcatamente e cosi poco che chi la vede sta in dubbio s’ella è concia o no che un altra,empiastrata tanto,che paia aversi posto alla faccia una maschera,e non osi ridere per non farsela crepare nè si muti mai di colore se non quando la mattina si veste; e poi tutto il remanente del giorno stia come statua di legno immobile,comparendo solo a lume di torze o, come mostrano i cauti mercanti i lor panni,in loco oscuro ? Quanto più poi di tutte piace una, non dico brutta,che si conosca chiaramente non aver cosa alcuna in su la faccia,benchè non sia cosi bianca nè cosi rossa, ma col suo color natìvo pallidetta e talor per vergogna o per altro accidente tinta di un ingenuo rossore,coi capelli inornati e mal composti e coi gesti semplici e naturali,senza mostrar industria nè studio d’esser bella? Questa è quella sprezzata purità gratissima agli occhi e agli animi umani i quali sempre temono essere dall’arte ingannati…….Però la bellezza è il vero trofeo della vittoria dell’anima quando essa con la virtù divina signoreggia la natura materiale e col suo lume vince le tenebre del corpo……..Certo è che le belle sono sempre più pregate e sollicitate d’amor,che le brutte,dunque le belle sempre negano,e conseguentemente sono più caste che le brutte,le quali non essendo pregate,pregano altrui……….””’

Miti religiosi  e cosmesi  antica.

E’ sempre stato nell’antichità, intimo e profondo il rapporto tra il mondo religioso e quello della bellezza e della cosmetica. Questi mondi si intrecciavano ancora di più quando  le fanciulle si avvicinavano al matrimonio, abbandonando l’adolescenza per entrare nella giovinezza.
Era una fase della vita che presentava  molti aspetti variabili, ovviamente a seconda delle razze e delle tradizioni. Spesso le fanciulle che erano prossime alle nozze, ma forse anche quando ne avevano, l’età, donavano i loro riccioli, simbolo dell’età bambina alla divinità: Plutarco dice addirittura che a Sparta si radevano a zero la testa,infatti l’offerta dei capelli era una cosa abbastanza comune. A Delo questa offerta veniva fatta nel tempio di Artemide, anche a significare che sacrificavano qualcosa  di sè per dedicarsi ad una nuova vita. A Trezene le chiome venivano offerte a Ippolito. Questo mito richiama quello di Atalanta,la cacciatrice che non si concesse a Melanio fintanto che questi non la sconfisse nella corsa. Nell’antica Roma, le vergini erano le rispettatissime e onoratissime custodi del sacro fuoco pubblico che rappresentava la purezza della dea Vesta. Questa dedizione, durava circa trent’anni, ed era tutto un susseguirsi di riti propiziatori, come ad esempio la lavatio, che era il bagno che veniva fatto presso la statua di Venere. Grandissimo era l’uso di profumi e prodotti odorosi,acque profumate e fumigazioni che si ritenevano viatico importantissimo per un più intenso rapporto con la divinità. Tali prodotti venivano  utilizzate anche perché, più praticamente, servivano a far crescere nel fedele una atmosfera di esaltazione e annichilimento nella entità superiore. Nella mitologia indiana addirittura i profumi erano associati ai cieli che la religione dava per esistenti. Nella Bibbia, ad esempio Mosè porta con sé, prima di partire per l’Egitto, cinnamomo, rose, incenso, mirra e olio di oliva, per la preparazione di profumi sacri. Nei Vangeli, a Gesù vengono offerti oro,ma anche incenso e mirra.i Greci depositavano in luoghi prediletti dagli dei,come i valichi delle montagne, le sorgenti, le acque termali,corone profumate di fiori per ringraziarli della loro benevolenza auspicando sempre  una maggiore vicinanza e assistenza.

Nasce l’arte profumatoria

Praticamente in ogni tempo la stirpe umana ha utilizzato i profumi nel rapportarsi con i propri simili: per riconoscersi, per essere insieme, per piacere,anche a se stessi. Comunque, la nascita vera e propria dello studio e ricerca delle essenze, dei profumi, degli unguenti odorosi, risale circa al 1300, allorquando, con i viaggi ed i commerci delle repubbliche marinare  di Venezia, Pisa, Genova ed Amalfi arrivarono dall’Oriente le più svariare tipologie di droghe e profumi, fino ad allora veramente sconosciuti. Nascono così le varie corporazioni artigiane, e tra queste ben presto assume molta importanza quella degli speziali, che comprende anche i profumieri. Dapprima vengono prodotti dei distillati destinati alla pulizia e all’igiene delle mani dai signori durante i convivi, visto che per lo più era con le mani che si mangiava. Da qui alla profumazione di questi liquidi il passo fu brevissimo,e subito dopo si comincio a utilizzare la profumazione degli abiti e di ogni accessorio di abbigliamento. Ovviamente anche il genio di Leonardo da Vinci si interessa di questo,e nei suoi codici sovente si trovano annotazioni  di questi studi. A lui stesso si fa risalire la tecnica dell’enfleurage, per la estrazione dei profumi. Successivamente, sono  gli studiosi fiorentini e veneziani a innalzare questa arte profumatoria italiana ai vertici europei. Nel 500 Venezia è famosa per i suoi muschiarii (i profumieri) e i suoi lissadori (coloro che creavano misture per “lisciare” la pelle). Chi  esporta questa italica tradizione oltre i confini è Caterina dei Medici, che quando arriva in Francia porta le sue conoscenze e i suoi profumieri alla corte di Parigi. Andando in sposa a Enrico II re di Francia, lancia la moda a corte, e nelle case signorili di conseguenza, di profumare ogni cosa, abiti, guanti e i preziosissimi e costosi fazzoletti che si facevano arrivare  da Venezia. Si arriva a profumare perfino i getti delle fontane delle case nobiliari. Non a caso il Re Sole era conosciuto come “il re profumato”. Dei suoi profumi preferiti, giacinto e arancio odoravano ovviamente anche le parrucche. Ma per onor del vero, si deve arrivare al 1680 per conoscere il primo libro francese su questi argomenti con il titolo “Le parfumeur francois”. Sono datati invece un secolo prima, i primi trattati specifici che segnano la nascita della cosmesi, come il testo “Gli ornamenti delle donne”  (1552-Giovanni Marinello) e i “Secreti notandissimi dell’arte profumatoria” (1555-Giovanni Ventura Roseto).  Da qui nasce una vera e propria letteratura, e si ricordano  “I secreti” di Isabella Cortese, e “Magia naturalis”dello studioso napoletano Giovanni Battista della Porta.

Tra magia e scienza

Fino alla fine del 500, le conoscenze tutte, e quindi anche quelle relative ai temi della bellezza e delle cure collegate,erano affidate o alla tradizione orale, oppure ai rarissimi testi manoscritti, naturalmente riservati ai ceti più ricchi e benestanti. Di madre in figlia si tramandavano le ricette e i trucchi di bellezza, poi cominciarono a reperirsi raccolte di testi sulla preparazione e finalità di questi prodotti,  all’inizio principalmente  ad opera di uomini, che inevitabilmente tendevano a propugnare un tipo di bellezza femminile più rispondente a come gli uomini stessi la intendevano. Queste nozioni e questi studi comunque erano mal visti dagli ambienti ecclesiastici, per la loro (si riteneva) vicinanza alle vere e proprie arti magiche, avendo esse lo scopo di far crescere le vanità più sconsiderate finalizzate a circuire gli uomini e farli preda di queste “stregonerie”. Comunque in questo le donne non si facevano certo intimorire, occupate come erano, a qualsiasi livello, alla ricerca di ogni possibilità per migliorare il proprio aspetto. E quindi imperversavano prodotti che dovevano perseguire queste bellezze, anche attraverso preparazioni che invece spesso erano veramente nocive per la pelle e per la salute in generale:si pensi che si arrivava a utilizzare sublimato di mercurio o addirittura arsenico.E qui avevano buon gioco gli anatemi delle gerarchie ecclesiastiche, anche perchè molto spesso queste ricette comprendevano ritualità e incantesimi, quasi si stesse preparando un sortilegio , e a dir la  verità, alcuni componenti a volte utilizzati non facevano che alimentare queste credenze,come ad esempio lombrichi, sangue, ortica. Finalmente, sulla fine del 500, con la diffusione della stampa  a caratteri mobili, cominciarono ad essere più accessibili i testi al riguardo, e tra i primi si ricorda un volume fondamentale  “Experimenti della excellentissima Signora Caterina da Forli ” di quella donna di straordinaria bellezza che fu Caterina Sforza.

Considerazione crescente per l’acqua

L’acqua vista come un pericolo e un nemico.

Tra il tardo XV secolo e il XVIII,il concetto dell’utilizzo dell’acqua e dell’igiene personale in genere, deve sopportare un profondo mutamento, sembra anche motivato. Va in voga il concetto della paura dell’acqua,vista fondamentalmente come veicolo di infezioni e malattie. Si passa dall’acqua quindi alla profumazione dei luoghi e della persona, come pure della biancheria, con profumi ed essenze. Ne consegue che la pulizia diventa un concetto proprio delle classi più elevate, in possesso dei mezzi per procurarsi questi profumi. Ne risentono anche i metodi di costruzione delle abitazioni, che bandiscono le vasche,come pure vengono chiusi i bagni pubblici, visti come luogo di promiscuità e di perdizione. Nella realtà erano spesso ritrovo di prostitute che ivi cercavano clienti; i bagni pubblici quasi come luoghi di piacere, forse confondendo il piacere di una sana pulizia del corpo con ben altri tipi di piacere, diciamo più concreti,forse una reminescenza dei tempi della grande Grecia. E’ pur vero che in questi anni cresceva enormemente il pericolo di infezioni ed epidemie, come la peste e la sifilide, ed in contemporanea la medicina  riteneva che i pori della pelle, dilatati in seguito a bagni e vapori caldi, fossero facilissimo veicolo per il passaggio dei germi di malattie in generale. Addirittura si pensava che le donne potessero essere fecondate da elementi maschili vaganti nell’acqua, e si arrivò a parlare di “gravidanze da bagno “.

Bellezza

Come già detto, nel passaggio dalla donna dolce,aggraziata e femminile del Medioevo, alla donna prosperosa, prorompente e femmina del Rinascimento, noti letterati del tempo si impegnano ad analizzare queste nuove qualità e caratteristiche; quindi abbiamo simpatiche disquisizioni su questa tipologia di bellezza,sia in opere corpose che in componimenti più agili, quasi  dei libercoli . Il sagace poeta partenopeo Giambattista Marino, a cavallo tra il 1500 e il 1600, si impegna  nel cantare le lodi del “Seno” affermando “da duo candidi margini diviso, apre quel sen, ch’ogni altro abborre, con augusto canal, che latte corre,una via che conduce al paradiso”. L’importanza che assume questa parte del corpo femminile, nell’erotismo e nella simbologia del tempo, spinge il poeta Giuseppe Artale, nel 1600, ad esaltare magnificando persino una “Pulce sulle poppe di bella donna “, anche se sicuramente ai nostri occhi moderni molto più disincantati, questo titolo sottintende anche i problemi igienici di donne e uomini  del periodo. Comunque, non solo poeti e letterati si soffermano su queste problematiche;  le stesse sono riprese anche da importanti pittori, e ricordiamo Tiziano Vecellio e la sua opera “Venere allo specchio” (immagine) dei primi anni del 1500.

La bellezza tra Medioevo e Rinascimento

Si sono verificati, e ce ne saranno ancora, alcuni passaggi epocali, nella evoluzione umana, che più di altri hanno contrassegnato mutamenti fondamentali: uno di questi è quello tra l’età medioevale e quella rinascimentale, che ha provocato anche inversioni di tendenza nei campi più svariati:se ne può ricordare uno, molto attinente al nostro tema, se non molto appariscente, sicuramente significativo e indicativo. Mentre nel Medioevo l’idea della beltà femminile propugnava figure dolci, pudiche, piene di grazia e di giovanissime caratteristiche, nei due secoli successivi si preferisce e prende piede un tipo di donna più carnale, dagli attributi molto più evidenti e marcati come un grande seno e fianchi importanti. Una bellezza così piena e abbondante si riteneva fosse in egual misura indicatrice di solida salute e stabilità caratteriale. Le donne, su questo filone,rifuggono da ogni forma di magrezza e si impegnano in regimi alimentari cospicui e pieni di grassi,secondo il sentire per cui una figura magra è segnale di privazioni,stenti e negatività, quindi non certo indice  di ceti abbienti o nobiliari. Di pari passo procedono gli abbigliamenti, ampi e voluminosi, tesi ad evidenziare forme magari già giunoniche; un giro vita, questa sì sottile, magari costretto in un bustino, serviva solo ad evidenziare ancor più fianchi e seno. Questo abbigliamento, ricco di merletti e ricami era voluto per evidenziare, e nello stesso tempo nascondere, far intuire, immaginare, sognare le forme femminili.

I canoni della bellezza nel Cinquecento

Dopo i secoli del Medioevo, il XVI segna il periodo storico che vede un vero momento di rivalutazione della bellezza in generale prima tra tutte quella femminile. Addirittura furono istituiti i canoni di quella che doveva essere la Vera Bellezza Femminile. Fermo restando alcune caratteristiche fondamentali, come la pelle bianca, labbra rosse, capelli biondi, nel XVI secolo gli esteti arrivarono ad individuare una serie ed una  tipologia di “grazie”, dalle quali una bellezza veramente tale non poteva prescindere. Come  afferma Morpurgo, nella sua opera “El costume de la donne” del 1536, la donna doveva evidenziare una serie di caratteristiche indiscutibili, che dovevano appunto essere tre grandi – altezza, braccia e cosce; tre sottili – sopracciglia, dita e labbra; tre piccole – bocca, mento e piedi; tre bianche – denti, gola e mani; tre rosse – guance, labbra e capezzoli; tre lunghe – capelli, mani e gambe e così via, varie altre.  E’ di questi anni poi la produzione letteraria che va sotto il nome del Blason: un tipo di componimenti spesso di breve durata, che avevano il compito di decantare queste particolari e specifiche caratteristiche femminili. Naturalmente le donne (e gli uomini per il loro verso ) del tempo erano poi costretti a seguire questi stereotipi della bellezza ,rivolgendosi per quanto possibile a indumenti che servivano a correggere le forme individuali,(lacci e bustini )alla cosmetica, e a tutto quanto potesse servire allo scopo.

L’ideale femminile nel Cinquecento

Si evidenzia in questi anni un cambiamento radicale nella considerazione e valutazione della bellezza femminile: mentre nel secolo precedente era vista spesso come una cosa quasi demoniaca, per i nefandi influssi che si riteneva avesse sugli uomini, questo grazie principalmente alla influenza della morale religiosa imperante, nel periodo successivo della nuova cultura rinascimentale, la bellezza tornò ad avere una nuova importanza nella vita sociale, tanto che si comincio a pensare che la stessa fosse sinonimo anche di una bellezza interiore. Una concezione agli antipodi, da segno di malefica negatività a segnale di una indispensabile bontà interiore, indispensabile ancor più nei ceti elevati, tanto che il non bello diviene indice di negazione dei buoni costumi e nobiltà d’animo. Quindi la bellezza non solo segnale di  beltà di sentimenti, ma anche di innegabile emanazione della stessa nei vicini, che potevano godere di tanta bontà.  Divenne la bellezza cosi importante, ma non facile da perseguire, perché si ipotizzarono norme e canoni molto precisi e codificati, tanto che tali regole influenzarono e furono seguite in pratica per almeno altri tre secoli. Più avanti affronteremo specificatamente questi canoni per una bellezza assoluta, o almeno quasi, e vedremo quanto dovevano soffrire quelle povere fanciulle,o non più tali, per rispettarli.

La Bellezza raccontata 

In quel periodo storico di risveglio in ogni campo, che fu il Rinascimento, moltissimi poeti, scrittori, letterati si cimentarono nel raccontare, rappresentare la bellezza femminile, ma è significativo ricordare l’Orlando Furioso, in cui Lodovico Ariosto  scrisse :
<<le bellezze di Olimpia eran di quelle che son più rare: e non la fronte sola, gli occhi e le guance e le chiome avea belle, la bocca, il naso, gli omeri e la gola;ma discendendo giù da le mammelle, le parti che solea coprir la stola, fur di tanta eccellenza, ch’anteporse a quante n’avea il mondo potean forse. Vinceano di candor  le nievi intatte, ed eran più ch’avorio a toccar molli, le poppe ritondette parean latte che fuor dei giunchi allora tolli…….. Di quelle parti debbovi dir anche,che pur celare ella bramava invano? Dirò insomma ch’in lei dal capo al piede,quant’esser può beltà, tutta si vede >>.

Un colore dominante nel Rinascimento: il bianco-celeste

La cosmetica rinascimentale era particolarmente attenta al colore della pelle, che si desiderava fosse bianco latte a ricordare la castità e la femminilità.  Era poi questo il colore della luna, che dai tempi più remoti era evidenziata come simbolo appunto di femminilità.  Del resto questo colore della carnagione era contrassegno dei ceti più potenti e più ricchi, visto che solo le donne di più umile lignaggio avevano la pelle abbronzata.  Come poi  il nero era il segno della virilità, e i cavalieri si coloravano di questo colore la barba. Bisognava però fare attenzione, perché il colore femminile non doveva essere tutto bianco, bensì il viso, il collo, le dita, dovevano presentare zone sfumate rossastre, in segno di buona salute. Molti erano gli unguenti o similari che si usavano perché ritenuti in grado di sbiancare la pelle: il guscio dell’uovo, il finocchio,grassi animali ecc. Certo che la sera quando si andava a dormire, con queste cose messe sul viso perché apparisse bianco, si doveva affrontare un approfondito lavaggio. Il primo tonico detergente di cui si ha notizia, era la famosa acqua celeste di Caterina Sforza, un estratto di garofano, noce moscata, rosmarino ed altro.  Comunque già allora esistevano le maschere di bellezza da applicare sul viso durante la notte, magari preparate con componenti abbastanza fantasiosi. Si ricorda un testo “Gli ornamenti delle donne”  scritto nel 1562 da un famoso medico, in cui erano riportati moltissimi consigli  per la cura del corpo,delle impurità della pelle, le bellezza dei denti,un alito profumato. Abbastanza disgustosi ci sembrano i rimedi proposti allora per la crescita dei capelli, come estratti di rana e lucertola.

La Bellezza nei secoli

Non  sembra comunque fuor di luogo, per comprendere anche solo in parte, quale effetto può indurre una bellezza in colui che si trova di fronte, considerare la tempesta di sensazioni dilagante nel giovane monaco Adso da Melk, allorquando ricorda l’incontro improvviso con una giovane sconosciuta…. Umberto Eco “Il nome della rosa…(1980)” <<Di colpo la fanciulla mi apparve così come la vergine nera ma bella di cui dice il Cantico. Essa portava un abituccio liso di stoffa grezza che si apriva in modo abbastanza inverecondo sul petto, e aveva  al collo una collana fatta di pietruzze colorate e, credo, vilissime. Ma la testa si ergeva fieramente su un collo bianco come torre d’avorio, i suoi occhi erano chiari come le piscine di Hesebon, il suo naso era una torre del Libano, le chiome del suo capo come porpora…….Come sei bella mia amata, come sei bella, mi venne da mormorare, la tua chioma è come un gregge di capre che scende dalle montagne di Galaad, come nastro di porpora sono le tue labbra, spicchio di melograno è la tua guancia,il tuo collo è come la torre di David  cui sono appesi mille scudi>>

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