IL POTERE DELLE PIANTE

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Lo studio e l’utilizzo delle piante hanno sempre accompagnato l’uomo nella sua storia.  L’erboristeria, dal latino “herbula” ne ha sviluppato l’impegno in moltissimi campi, la profumeria, la medicina, l’alimentazione ecc.  Vedremo come riconoscere  moltissime specie di piante, come classificarle, dove crescono e come si raccolgono, come si conservano e come si possono utilizzare per migliorare le nostre condizioni di vita.

Avena (Avena sativa)

avena-sativaAnche se viene dai lontani territori dell’Asia Minore, da tempi immemori è conosciuta e coltivata anche da noi, per le sue molteplici e importanti caratteristiche anche nutrizionali. Cresce preferibilmente in luoghi umidi ed è facilmente coltivabile, come il grano e l’orzo.Molto importante sia nella alimentazione animale che in quella umana,per il suo alto contenuto di ferro,amido e azoto ed anche di vitamine;indicatissima per la sua leggerezza, è molto usata per bambini, ed in genere per persone debilitate.Le si riconoscono proprietà diuretiche,rinfrescanti, inoltre  per il suo apporto di crusca, stimola la digestione dei cibi.Molto usato anche il pane integrale di avena.La sua preparazione avviene sotto forma di  infusi,decotti e impacchi. E’ veramente molto apprezzata in molte modalità di utilizzo.

Artemisia vulgaris

Anche questa pianta è molto comune nella penisola, in particolar modo nel settentrione, nei prati, lungo le siepi, nei ruderi. E’ conosciuta con varie altre denominazioni, come Canapaccia, Corona di San Giovanni, Amarella, Assenzio di siepe; quest’ultimo viene dato perché tutta la pianta emana un gradevole aroma, molto simile all’assenzio ma di molto inferiore come intensità. Fin dai tempi antichi questa pianta è utilizzata per le sue molte e svariate qualità digestive, amaricanti, sedative e antispasmodiche. Le estremità fiorite si raccolgono in luglio o agosto, periodo della fioritura, quando i principi attivi presenti non si sono ancora dissolti: i rametti vengono fatti seccare in sacchetti di tela in un locale ben arieggiato. Oltre una utilità sanitaria, Artemisia viene utilizzata anche nella fabbricazione di amari e bibite analcoliche, ma non  in quantità molto elevate, perché in questo caso si evidenziano proprietà ipnotiche che incidono sul sistema nervoso. Uno degli usi più comuni, è quello contro le mestruazioni difficili o dolorose. In questo caso se ne fanno infusi, lasciando in un litro di acqua bollente circa 30 grammi di  foglie e fiori secchi. Della bevanda  che si ricava dopo aver filtrato il tutto, se ne beve una tazzina al mattino a digiuno nella settimana precedente all’inizio del ciclo. Altro uso molto comune, è come stimolante dell’appetito e della digestione. A  tale scopo si lasciano per una settimana in 500 grammi di alcol quindici grammi di fiori secchi di Artemisia, con qualche foglia secca di cedrina. Dopo qualche operazione di filtraggio e dopo aver lasciato decantare il miscuglio,se ne assume un bicchierino prima o dopo i pasti. Ma questa preparazione è in effetti abbastanza lunga e complicata.
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Arnica Montana

Come lascia intuire il nome, predilige i luoghi al di sopra dei 1000 metri, sia in zone alpine che dell’ appennino, e solo raramente si trova in pianura. Il suo fiore è simile alla margherita, di un colore giallo arancione molto vivo, e in erboristeria è una delle piante più conosciute.
Dato che è considerata velenosa, il suo utilizzo richiede una massima attenzione ed esperienza, e comunque sempre per un uso esterno, lontano da orifizi del corpo umano, e su cute integra ed adulta. Pur richiedendo quindi molte cautele, è considerata un rimedio importantissimo per ecchimosi da contusioni e distorsioni, inoltre come unguento nelle foruncolosi, (non è più necessario andare a cercare le piante in natura, in quanto l’estratto di arnica ormai si trova nelle farmacie) ricordando però che l’unguento è sempre per uso esterno,quindi i foruncoli devono essere ancora chiusi. Si utilizzano le parti di arnica come base per unguenti, tinture, cataplasmi, in particolare le radici e i fiori:le prime vengono raccolte durante i periodi annuali di stasi delle piante, ossia in settembre o marzo aprile, i  secondi si recuperano invece nei periodi di massima attività di fioritura, ossia maggio e agosto, preferendo i fiori aperti da poco tempo.
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Angelica Silvestris

Detta anche semplicemente  Angelica, è una pianta anch’essa abbastanza comune nel nostro paese,ma rifugge da ambienti particolarmente assolati o comunque caldi, preferendo ambientazioni umide e ombrose. Molto particolare, può anche arrivare a due metri di altezza, e il lungo gambo, simile ad un sedano, è molto utilizzato in pasticceria,infatti viene candito ed utilizzato per abbellire e decorare i dolci. Caratteristica specifica è la sua grande capacità di rigenerarsi, infatti fiorisce in primavera, ma durante l’anno fino all’autunno, è possibile raccoglierne il gambo più volte, avendo l’accortezza di lasciare anche solo il cuore del fusto e poche foglie.  In pasticceria serve anche come profumazione, e ricordiamo la conosciuta pasta  angelica. Viene anche utilizzato come  base per produzioni liquorose molto conosciute, come lo Strega, il Chartreuse ed altre. Oltre il gambo della pianta si utilizzano anche le radici, che raccolte in autunno, vengono fatte essiccare  in ambienti caldi, e poi conservate in sacchetti di tela. Alle radici vengono riconosciute caratteristiche  antisettiche  e toniche. Nei suoi luoghi preferiti, è facilmente riconoscibile, ma  bisogna sempre avere  massima attenzione, perchè ad esempio può essere scambiata con un altra ombrellifera, dalle qualità molto diverse e dannosissime, come la cicuta. Si preparano con i suoi semi in infuso una bevanda, magari addolcita con miele, molto valida contro la mancanza di appetito. Se invece si lascia macerare nel vino una miscela di semi e radici essiccate, poi si filtra il tutto e se ne beve una piccola quantità prima di coricarsi, un sonno ristoratore sembra garantito. Le radici della angelica, si usavano anche come decotto su ferite o piaghe cutanee, e persino su parti dolenti , in occasione di urti o contusioni.
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Althea officinalis

althaea_officinalisE’ una pianta, molto comune nei luoghi umidi della penisola, il cui fusto può superare l’altezza di un uomo, ed è caratterizzata da una lanugine di colore chiaro bianco giallastro che la ricopre. Alla vista i presenta molto simile alla malva, con i suoi fiori rossastri e ne ha gli stessi effetti terapeutici, forse anche più importanti. Per questa somiglianza, assume anche il nome di  malvone o bismalva. La piena fioritura avviene in giugno e luglio, quando si raccolgono fiori e foglie, mentre le radici si estraggono  in settembre. Come curative, sono utilizzate come calmanti e rinfrescanti contro catarro e tosse, ma non se ne disdegna l’uso neanche a tavola infatti foglie e fiori servono per fare ottime zuppe, o frittate di erbe, o anche come insalate crude; invece come medicamento se ne prepara un cataplasma, per infezioni cutanee  e foruncoli ma si possono posizionare sulle parti interessate anche pezzi di radici non secche. Vengono inoltre utilizzati infusi di altea per infiammazioni della bocca e della gola, facendo gargarismi calmanti. Come sciroppo, ottenuto in vari passaggi di bollitura in acqua e zucchero completamente disciolto, si utilizza  contro il catarro bronchiale, a due o tre cucchiai grandi al giorno.
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Viola Mammola (viola odorata)

Viola_Mammola_viola_odorataPianta abbastanza comune in tutto il nostro paese, ha il suo habitat ottimale nei boschi,sulle rive dei fiumi, luoghi non troppo assolati, per cui di solito si trova in maggior misura al nord piuttosto che al sud. Il fiore, non appena arrivano i primi tepori primaverili, comincia  a fiorire e continua cosi fino a primavera inoltrata, caratterizzando i prati con il suo profumo deciso. Trova utilizzo in profumeria, ma anche, insolitamente per altre piante, in pasticceria, perché non è raro che le sue foglie vengano  candite per guarnire torte e dolci in genere. Si adatta anche ad una coltivazione casalinga, ma la specie spontanea e naturale ha un profumo più apprezzabile. La sua componente caratteristica, con varie altre sostanze,è comunque la violina, di cui, sull’onda del romanzo “lo spettro” di Jo Nesbo, si è molto favoleggiato, definendola come una potente droga sintetica; bisogna dire che non esiste in questa forma, anche se in effetti è un alcaloide che si trova nelle radici, con valido effetto emetico,espettorante, decongestionante, diuretico. I suoi fiori hanno buone proprietà nella regolazione  dell’intestino. A livello dermatologico, si può usare sulle eruzioni cutanee, infezioni della bocca, scottature. La viola è molto apprezzata anche perché conserva il suo profumo anche quando viene essiccata,conservata in sacchetti di carta o tela. Utilizzi particolari: come decotti ove sia necessario provocare il vomito, come sciroppi, contro il catarro, come bevanda tipo tè, da consumate in bicchierini.

Veronica   (Veronica officinalis)

Questa pianta, comunque di facile reperimento, predilige distese erbose asciutte, e può assumere altre denominazioni, a seconda della zona ove  si trova, come “quadernuzzo” oppure “tè svizzero”.  Moltissime sono le varianti conosciute di questa erbacea perenne, ma hanno quasi tutte le stesse finalità e caratteristiche; infatti per lo più ne vengono apprezzate le proprietà antiinfiammatorie, digestive, aromatizzanti.  Fondamentalmente è una attivatrice dell’appetito come pure della digestione, particolarmente apprezzata nelle malattie da raffreddamento. In dermatologia, trova applicazione come lenitivo dei pruriti recidivi, ma anche  contro affaticamento degli occhi. In termini pratici, si può usare come infuso per aiutare la digestione,come decotto per contrastare le infiammazioni del cavo oro-faringeo, e come materiale per impacchi, in caso di scottature, da ripetere più volte nell’arco della giornata.
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Verbena  (Verbena officinalis)

Pianta comunissima nel nostro paese, abbiamo notizie del suo utilizzo fin dai tempi del popolo romano; è indicata anche con altre denominazioni, come Berbena, Erba di San Giovanni, Erba sacra. Questo suo alone di magia, le deriva forse dal fatto che  entrava nella composizione, e questo almeno fino al Medio Evo, di pozioni e preparati che si riteneva avessero poteri in questo senso. Ne parla già Plinio che ne indica due sottospecie. la Verbena officinalis e la Verbena supina. Le si accreditano ,sia come decotti che come cataplasmi, importanti proprietà antidolorifiche in generale, antireumatiche,antiinfiammatorie. Viene utilizzata come detergente di lesioni cutanee e del cavo orale. Si utilizzano le foglie, le radici,le prime fioriture.
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Valeriana

Una pianta comunissima, che in Italia cresce dappertutto, preferendo i luoghi non troppo caldi, magari ventilati, e all’uomo nota praticamente da sempre: ne scrisse anche Isacco l’ebreo, medico egiziano. Si usa come leggero calmante,(dal latino “valere” che significa star bene ), che facilita un buon sonno tranquillo e ristoratore, può essere un ottimo strumento naturale per alleviare stati di ansia o eccitazione, mal di testa, ed è anche un leggero lassativo.  A tale scopo si utilizzano foglie fresche ma anche  le radici lasciate essiccare, anche se cosi perdono  gran parte dei principi attivi. Prima della scoperta dei tranquillanti chimici, la valeriana era usata moltissimo. Ancora si  usa  per preparare  impacchi su contusioni di varia natura,  e come infuso, magari mescolata a camomilla e tiglio, per contrastare l’insonnia.
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INTRODUZIONE  “IL POTERE DELLE PIANTE”

Fin dai tempi degli antichi popoli orientali, ma più ancora  con i Greci e i Romani, l’analisi delle piante, trova grandi studiosi la cui fama è giunta fino a noi. Nella mitologia greca il  dio Apollo presiedeva tra l’altro  allo studio delle erbe in medicina sia nel bene, curare una malattia, sia nel male, provocare una pestilenza. Maestro di quest’arte magica era il centauro Chirone, e il suo discepolo Asclepio (l’Esculapio dei latini). Se da una parte il mondo greco si occupava dell’utilizzo delle piante in medicina, quello romano con queste piante ricercava un migliore sistema di vita, anche in senso igienico. Notevole fu l’impegno di Plinio il vecchio, che già nel primo secolo raccoglie e studia centinaia di piante e i relativi  effetti farmacologici. Altro grandissimo studioso di quel periodo fu Dioscoride, che con il suo “De materia medica” traccia il percorso per erboristi e botanici dei secoli successivi. Subito dopo, dilaga la fama del  medico Galeno, che studiò la preparazione di farmaci, specie da droghe naturali, per una somministrazione ai malati. Anche il medioevo vede illustri menti dedicate a questi studi, ed è da ricordare la Scuola Salernitana che per prima coniuga lo studio delle piante e dei loro derivati, con una più razionale sperimentazione e applicazione diretta. Successivamente il monaco Alberto Magno, morto nel 1280, studiò come intervenivano i principi presenti nelle singole piante. Arriviamo  al Rinascimento, il periodo che sopra tutti ci affascina. I viaggi di Marco Polo e Nicolò Conti, avevano portato notizie e studi di moltissime specie ancora ignote in occidente,e questo periodo di splendori e desideri di  nuove cose, non poteva ignorare questi studi.  E arrivano così i primi erbari, che elencano le diverse specie, anche con disegni di una chiarezza a volte stupefacente. Il nome di un grande e controverso personaggio diventa nel cinquecento davvero noto, Paracelso, i cui studi spesso miscelano indagini approfondite (a lui si fa risalire l’inizio della farmaceutica) a teorie magiche e negromantiche.  In questo secolo grandi personaggi, anche nobili signori, affrontano questi studi, primi i Medici di Firenze; ovviamente anche il genio leonardesco si interessò ad essi, come nel Codice Atlantico, con la citazione di vari principi attivi ed anche di ricette. In questi anni si opera un grande passo avanti: fino ad ora le piante venivano ricercate e raccolte in natura, ma d’ora in poi si inizia la costruzione di orti botanici, a volte meraviglie architettoniche, evitando cosi a maestri e studenti il girovagare  per campi e prati.  A tutt’oggi ne è rimasto uno operante (forse l’unico) nella sua originalità, dal suo anno di costruzione, il 1545, presso l’università di Padova.  Questi studi, così stimolo di conoscenza e ricerca, continuarono per tutto il settecento, poi con l’ottocento e la crescita esponenziale dei procedimenti chimici,  cominciarono a cambiare gli interessi ma sopratutto le modalità di indagine.

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